L’errore come processo creativo: riflessioni dal laboratorio di scultura

Mi piace pensare all’errore come processo creativo: una voragine in cui cado e, a volte, accado.

C’è un buco nel pavimento del mio laboratorio. L’altro giorno l’ho visto: gli operai l’avevano scavato il giorno prima. Entro nel laboratorio e vado verso il contatore per attaccare la prolunga; vedo il buco e dico a me stesso: “Devo starci attento o ci cadrò dentro”. Mi piego per raccogliere la spina, faccio un passo indietro e, sì, in effetti ci sono caduto dentro con tutta la gamba destra.

Ecco, questo è un errore in cui sono semplicemente caduto. Ha fatto un po’ male.
Boing.

Poi a volte ci sono errori in cui accado. Voragini che si aprono senza un piano stabilito, che squarciano il mio piano e mi rivelano qualcosa.

Scultura in metallo con errore di saldatura che mostra l'errore come processo creativo

Tipo quella volta che buco il ferro mentre saldo perché sbaglio l’amperaggio e mi si fonde tutto. Caspita, ci ho fatto 30 opere con quella tecnica sbagliata! Era una figata da vedere. Certo, anche il mio capitombolo nel buco lo era visto dall’esterno, ma da quello non ci ho tirato fuori nulla. La differenza è che in quel secondo caso si è aperta una voragine — quella che dicevo all’inizio — che mi ha permesso di accadere.

Si pensa all’arte contemporanea in un modo che non potrebbe essere più lontano dalla realtà. Ci si muove tra due estremi: da una parte la pura tecnica (di solito naturalistica o realistica) che non ha dietro nessun tipo di pensiero concreto; dall’altra una serie di altisonanti riflessioni vuote, cose visivamente accattivanti che non sono altro che elucubrazioni di artisti e curatori infarciti di aggettivazione da intelligenza artificiale.

L’arte invece è la soglia di quella voragine lì.

L’esperienza della materia e il valore dell’errore come processo creativo nell’arte

Tutta l’arte contemporanea che fa venire un sussulto nello stomaco è il risultato di quel rischio. È la manifestazione guidata dall’esperienza fisica del mondo: senza forzature del pensiero, senza le violenze dei propri intenti. È quella voragine che permette al piano di fallire e alle soluzioni di trovarsi, lasciando che la verità viscerale emerga con chiarezza per mettere a fuoco — o incorniciare, se preferite — ogni pensiero e concetto ipotizzato, facendone scaturire di nuovi e più forti. Una realtà che accade senza chiedere permesso e si fa spazio da dentro verso fuori, per entrare di nuovo in ognuno degli esseri umani per cui l’arte è fatta.

Caspita, ma che figata è quando la vita si mette in mezzo e ti permetti di dirle di sì? Di stare in quello che accade nel processo, senza forzare un immaginario addosso a qualcosa che non lo è.

Gli errori capitano: alcuni sono evitabili, occorre prestare attenzione e cura. Ma la realtà materiale sfugge al controllo dell’essere umano. E se concepiamo l’arte per parlare all’umanità, dobbiamo liberarla dalla prigione dei nostri razionalismi e dalle pretese di un’imitazione che suona soltanto finta — in un rigore che non appartiene alle cose naturali — per permettere alla vita di manifestarsi. Di accadere.

Ma indossate le protezioni, mi raccomando.

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