Arte e gesto. L’uomo assurdo

L’uomo assurdo. A volte penso che tutto sia cominciato lì, con qualcosa che non chiedeva spiegazioni, un atto di fedeltà alla vita. Arte e gesto, fatica.

Spingere.
Sollevare.
Tenere.

per capire se il corpo poteva ancora dire qualcosa prima del pensiero.

La mia prima mostra si chiamava L’uomo assurdo. Non che l’avessi capito l’assurdo, sia chiaro, mi ci trovavo dentro fino alle ginocchia, come si sta dentro a un fiume freddo.

Ricordo la Torre, sei piani, qualcosa come ventisette metri da trasformare in un’unica installazione. Sei piani portando in spalla su strettissimi gradini di legno chili e chili di terra, di corteccia. Decine di massi, come Sisifo in cima alla montagna. 


Ricordo la Torre come tempo verticale. Salire era una pratica lenta. Ogni piano che salivo aggiungeva senso, lo toglieva quando scendevo.

Portare un peso in mano è diverso dal sapere di averlo.
Il corpo è più concreto: registra senza interpretare. Così la fatica diventa linguaggio prima delle parole.

Caspita si, mi interessava questo: che la conoscenza fosse una frizione. Qualcosa che resiste abbastanza da costringerti a cambiare postura.

Arte, fatica, gesto, ripetizione

Sisifo era un compagno di lavoro. Era concentrato. Uno che ha capito che la ripetizione non è una condanna se smetti di aspettarti una fine.

Spingere il masso, sentire il peso cambiare con la pendenza, riconoscere il momento esatto in cui togli la forza e scopri l’equilibrio.

La fatica come strumento per mettere a fuoco. Esiste solo quello che sto facendo. 

Quando sono stanco abbastanza le cose smettono di essere simboli e diventano semplicemente ciò che sono:
pietra,
corda,
respiro,
ombra.

Nella Torre tutto era spostato: il cielo sulle pareti, il terreno che non reggeva davvero, le piante che crescevano dove non dovevano.
Volevo che il corpo del visitatore perdesse per un attimo la sicurezza di sapere dove si trova. Perché è lì che succede qualcosa di raro: quando non sai più se stai salendo o scendendo e continui lo stesso.

La felicità è un istante di aderenza nella fatica, l’istante che ritrovi tutte le volte che sei senza fiato. 

Sisifo è felice, cazzo se è felice! Per un attimo, non è separato dal gesto che compie. Non pensa “dovrei essere altrove”. È qui.
Con tutto il peso.
E il fiato.

Con tutte le lacrime per essere salito in cima un’altra volta, o la prima come è stato per Raffaella, che per tutta la vita ha avuto paura di quella Torre e che finalmente, il suo fardello, l’ha lasciato in cima e non l’ha rivisto sprofondare.

Quanto amo quell’istante in cui il desiderio non chiede altro che continuare.

una calma strana, quella che arriva quando smetti di negoziare con il senso.

Alla fine all’aperto il cielo vero. Suonano le campane e lasci andare il peso.

E nonostante tutto, noi torniamo a spingerlo.

E in quel tornare c’è una forma di fedeltà alla vita che non ha bisogno di essere giustificata.

Oggi penso a quella mostra, la mia prima mostra personale, come a un allenamento.

Allenarsi a restare.
Allenarsi a non scappare quando il gesto non promette risultati e comprendere che la speranza è accettare che questo, qui, adesso, è già abbastanza da abitare.

Spingo.
Il masso cade.
Sorrido.

Sono ancora vivo.

“Il mondo, in sé, non è ragionevole: è tutto ciò che si può dire. Ma ciò che è assurdo, è il confronto di questo irrazionale con il desiderio violento di chiarezza […] L’assurdo dipende tanto dall’uomo quanto dal mondo, ed è, per il momento, il loro solo legame.” – il mito di Sisifo, Camus

F.

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